Cos’è la biodiversità?

È un’indicazione della ricchezza che un habitat possiede in termine di numero di specie animali e vegetali che la popolano.

Per semplificare e per quello che serve per argomentare le nostre scelte, possiamo dire che esistono 3 tipi di biodiversità:
biodiversità di specie (numero di specie vegetali e animali)
biodiversità genetica (numero di geni presenti in una popolazione)
biodiverisità di ambientale (numero di biocenosi presenti in un ecosistema)

Per capire quanto sia importante questo concetto, non solo in l’agricoltura, dobbiamo considerare che tutta la storia del nostro Universo, a partire dal Big Bang, fino ai giorni nostri si è fondata sul concetto di aumento della diversità. Quindi questo non è una opinione di chi scrive, è un fatto.

Seguire i princìpi dell’evoluzione

Coltivare la biodiversità significa essere allineati con questo principio che sta alla base dell’evoluzione da miliardi di anni.
All’atto pratico significa coltivare tante varietà con patrimoni genetici molto differenziati tutte insieme, in modo da creare un ambiente variegato, ricco di nicchie ecologiche che possano essere occupate da diverse specie animali e vegetali, in modo che nessuna prevalga sull’altra.

Nel nostro campo quindi ci sono spighe alte e spighe nane e le seconde tengono in piedi le prime (risolto così il problema dell’allettamento, cioè della possibilità che il grano venga piegato dal vento).
Nel nostro campo ci sono erbe infestanti, fiori di ogni tipo, che crescono insieme alle spighe. Queste erbe solitamente più basse delle spighe non costituiscono un problema e inoltre ospitano tantissimi insetti diversi che si combattono tra loro, proteggendo la coltivazione dai parassiti.
Nel nostro campo ci sono varietà che hanno radici profonde e altre che hanno radici superficiali, le prime bucano il terreno favorendone l’areazione le seconde ostacolano la crescita di infestanti.

Tutta questa biodiversità si riverbera in modo positivo anche nel gusto.
Ogni varietà ha un suo proprio aroma e tanti aromi arricchiscono la farina garantendoci di ottenere una farina di partenza di ottima qualità.

Uno scenario ecologicmanete assurdo, ma economicamente proficuo.

Il mondo delle coltivazioni agricole, ormai, è parte dominante del paesaggio, soprattutto in Europa e quindi avere un ambiente in cui la biodiversità (anche agricola) è ridotta, per scelta e in modo massiccio, significa smettere di seguire la direzione che la vita ha percorso da sempre. A nostro parere è illogico e pericoloso, soprattutto in uno scenario in cui cambiamenti climatici anche epocali sono sempre più all’ordine del giorno.

Andare contro la biodiversità significa coltivare una monocoltura, cioè una popolazione con lo stesso (identico) patrimonio genetico in ogni individuo. Una popolazione di cloni. E’ quello che accade in una popolazione di una varietà moderna, per esempio.
Si crea così un ambiente poco differenziato dove c’è poca varietà di nicchie ecologiche e quindi le biocenosi (“famiglie” di popolazioni di specie differenti che vivono insieme in un ambiente) sono poche e ogni specie che trova il suo posto tende ad essere molto abbondante. Ecco che, se compaiono parassiti, questi facilmente prendono piede.
I trattamenti fito sanitari possono anche indebolire specie che potrebbero contrastare l’avanzamento del parassita.

Coltivare monocolture sterili interrompe quindi l’evoluzione naturale delle sementi. In caso di cambiamenti climatici importanti, le sementi “moderne” in circolazione potrebbero non essere più produttive o coltivabili. Ecco che sarà necessario ricorrere a un nuovo seme di laboratorio, rendendo la sopravvivenza della specie e dell’attività agricola totalmente dipendente dai laboratori di ricerca che producono semi. Questo scenario è ecologicamente assurdo ma economincamente proficuo (per pochi).

L’Evoluzione è partita dal “Big Bang”

All’inizio dell’espansione dell’Universo c’erano molti misteri, che ancora dobbiamo scoprire. Sappiamo però, che ad un certo punto esistevano solo atomi di idrogeno (l’atomo più semplice: un protone e un elettrone) e che, durante la combustione nelle stelle si forma l’elio (un atomo diverso e poco più complesso dell’idrogeno).

Sappiamo che quando “muoiono le stelle” si libera così tanta energia che si possono creare anche atomi più complessi. Da allora ad oggi si è realizzata una vera e propria evoluzione atomica che ha preso la direzione della complessità e della differenza. Si è passati da 1 a 118 elementi diversi (raccolti nella famosa tavola periodica). Poi è stata la volta dell’evoluzione molecolare: prima le molecole più semplici e poi via via quelle più complesse.

Così anche le specie: sul nostro Pianeta sono centinaia di migliaia e c’è la continua spinta evolutiva a crearne di nuove. Anche in questo caso si parte dalle forme di vita più semplici e si evolve verso le più complesse. Ce lo testimoniano i fossili.
Questa spinta alla complessità e alla diversità permea ogni aspetto della vita del nostro pianeta (e probabilmente non solo). Sappiamo che questo orientamento si trova tanto nel nel mondo macroscopico, quanto nel microcosmo. Nelle cellule, infatti, la natura ha creato meccanismi riproduttivi che puntano a differenziare il patrimonio genetico delle generazioni successive, non a riprodurlo uguale.

Non sappiamo perché esiste questa univoca spinta alla creazione di differenza, che in ambito ecologico chiamiamo Biodiversità. Ma sappiamo che, grazie a questa continua corsa ad evolvere in qualcosa di diverso, la straordinaria storia della vita è arrivata fino a noi.
E si sa anche il contrario: che quando un ambiente (o una popolazione o un organismo) si impoverisce troppo, semplicemente sparisce (o muore). Crolla di fronte al primo cambiamento climatico che gli si para davanti.